giovedì 30 agosto 2007

Sull'oceano - seconda parte

Due: emozioni
(Lagos)

1 -
Il sole sulla pelle
Lagos ci accoglie con il profumo del mare e la fortuna di un sole splendido che durerà per tutto il soggiorno. Mentre ci arrampichiamo lungo la strada principale con le valige al seguito (se siete diretti a piedi a Casa Holandesa, non seguite le loro indicazioni, che sono pensate per chi ha la macchina e vi fanno fare un giro infinito. Invece, procuratevi una cartina e tagliate per il centro) vediamo le spiaggette che si infilano come piccole perle, una accanto all'altra ai piedi degli scogli.
Il giorno dopo, la nostra spiaggia di elezione è la Praia Dona Ana: scendiamo una scaletta ripida che sembra non finire mai, e finalmente in fondo tocchiamo la sabbia, grossa, così spessa da fare quasi il solletico. La gente non manca, ma in fondo stiamo tranquilli, c'è spazio per tutti. Finalmente posso distendermi a fare la lucertolina che si scalda al sole. Dal mare arriva un venticello fresco che non ci fa sentire troppo il sole a picco. E così il sole sulla pelle è ancora più bello.
Peccato che dura poco: ben presto mi lascio convincere a trasformarmi da lucertolina in pesciolino e a tuffarmi. L'acqua è invitante, trasparente, piena di gente che gioca, nuota, si arrampica sugli scogli per tuffarsi... e soprattutto è gelida, come fosse piena di cubetti di ghiaccio!
(Subito dopo, tornando a riva nella speranza di distenderci ad asciugarci al sole, scopriamo il problema delle spiagge di Lagos: il fatto di essere ai piedi di una scogliera fa sì che abbiano solo poche ore di sole. Per cui, meglio attrezzarsi e cercare una spiaggia per la mattina e un'altra, sul lato opposto del promontorio, per il pomeriggio.)

2 - A piedi nudi sulla tolda
Martedì mattina. Il lungomare vicino al porto pullula di venditori che propongono gite in barca, per le quali le destinazioni più gettonate sono le grotte della costa. Ed è lì che ci dirigiamo oggi. (Abbiamo prenotato la gita con Bom Dia, che sembra davvero l'operatore più affidabile. Gli agenti si trovano ovunque, ma le prenotazioni si possono fare anche direttamente alla sede centrale, alla Marina.)
La nostra nave si chiama "Il Falcone Veloce" e ad accoglierci ci sono un capitano e un equipaggio di tre persone, non tutte portoghesi (la ragazza bionda sembrava inglese, come molti camerieri nei ristoranti e commessi nei negozi di Lagos, che sembra una colonia inglese più che una località balneare portoghese), ma tutte abbronzatissime. Da bravi topi di terra, vacilliamo incerti quando mettiamo piede sul legno della tolda, e strisciamo impauriti fino a prendere posto accanto all'albero, o almeno è quello che faccio io. Poi però poco a poco le cose cambiano. Mentre il Falcone Veloce molla gli ormeggi e si avvia lentamente lungo il canale del porto, inizio a sentire la brezza leggera che mi soffia tra i capelli, quasi a infondermi coraggio, e poco a poco trovo sempre più l'equilibrio tra il rollio delle onde.
Uscita dal porto, la nave spiega le vele, e anche se è chiaro che lo fa solo a beneficio di noi turisti, il fascino della vita marinaresca è intatto. Costeggiamo la terra diretti a ovest, e vediamo passare le mura di Lagos, stabili e possenti, la sua fortezza bianca nel sole di mezzogiorno, poi le alte scogliere, ai cui piedi si accoccolano le piccole insenature di spiaggia. Riconosciamo i posti dove siamo già stati, la sabbia scura, gli alti scogli dai quali la gente si tuffa allegramente. Poi raggiungiamo la Ponta da Piedade, il promontorio che si allunga a sud della città e la divide dalla frazione di Luz, e lì i marinai ammainano le vele e gettano l'ancora.
Uno dei marinai, un giovane abbronzato che sembra incarnare lo stereotipo dell'accompagnatore turistico
, scende nella scialuppa che finora era al traino, e con lui scende un primo gruppo di passeggeri. Noi, ci hanno detto, saremo nel terzo gruppo, ma mentre aspettiamo possiamo prendere il sole sulla tolda, o anche scendere in acqua a nuotare. Lo ammetto, mi affascina l'idea di scendere a sguazzare lì dove l'acqua è profonda, ma mi fa anche un po' paura, e non mi fido abbastanza delle mie capacità di ranocchia, perciò resto a godermi i raggi del sole.
E alla fine tocca a noi. Scendiamo, un po' goffi, nella scialuppa che contiene una decina di persone, tutte spagnole, e il marinaio punta dritto verso gli scogli. In queste grotte, per la maggior parte illuminate dal sole, i marinai locali vengono a pescare da tempo, ci spiega la nostra guida, e così hanno iniziato a dare nomi alle varie camere e formazioni rocciose: c'è il soggiorno, la camera da letto, l'elefante... Continuiamo rapidi la visita tra locali illuminati dall'alto e altri dove l'unica luce è quella che filtra da un tunnel sommerso che porta alla grotta vicina, creando uno straordinario gioco di blu e turchese, poi lungo un tratto di costa, che vediamo stagliarsi netta a ovest verso Luz, poi Sagres, fino alla punta estrema del Portogallo, e poi l'Oceano.
È su questa visuale che concludiamo. Torniamo sulla nave, e il rientro è tranquillo. Mi godo ancora un po' la sensazione del legno caldo di sole sotto la pelle dei piedi...

3 - Delfini
Giovedì mattina usciamo di casa prestissimo, l'oceano aperto ci aspetta.
È questo il vero motivo per cui abbiamo scelto di venire in vacanza a Lagos: la possibilità di fare escursioni in mare aperto per osservare i delfini selvatici, quello che gli americani chiamano dolphin-watching. (Anche in questo caso, le offerte sono molte, basta dare un'occhiata in giro. E anche in questo caso abbiamo scelto Bom Dia/Algarve Dolphins, perché era l'unico a offrire una garanzia: se per caso un giorno non si avvistano, i passeggeri hanno diritto a una seconda escursione gratis. E poi i loro rilevamenti vengono trasmessi al centro di oceanografia per le ricerche scientifiche del caso.)
Otto e mezza di mattina. Lagos è bianca e silenziosa. Prendiamo posto sull'imbarcazione, una specie di gommone a scafo rigido con una dozzina di posti sagomati come la sella di una moto e Ale e io riusciamo a trovarci in prima fila. Il capitano ci spiega come muoverci a bordo, come assecondare il movimento della nave come fossimo a cavallo, come segnalare qualsiasi problema. Ci dice che stiamo per puntare verso il largo, che correremo a 75km/h su quel guscio di noce (no, Ale, dai, scendiamo, ho paura...). E conclude: "Succede abbastanza spesso di avvistare i delfini, ma si tratta comunque di animali selvatici. Per cui, aiutateci anche voi: se avvistate qualcosa, un movimento, uno spruzzo in lontananza, ditecelo e andremo a verificare".
E si parte. Usciamo lentamente dal porto, ma appena fuori inizia la corsa. Il mare è piatto come una tavola, ma basta anche una minima increspatura e la barca salta fuori dall'acqua e vola, scrollandoci come su un cavallo inquieto. La velocità è tale che temo, se giro appena la testa, che la sferzata del vento mi porti via gli occhiali da sole. (Li consiglio, gli occhiali, se volete tenere gli occhi aperti durante la corsa.) Il tutto sembra un po' un roller coaster, ci sono alcuni tra i nostri compagni di viaggio che gridano ad ogni sobbalzo, ed è divertente ed emozionante ad un tempo - quasi quasi vorrei un po' di onde in più per aumentare il divertimento.
La corsa dura mezz'ora, poi rallentiamo. Il capitano ci indica dove guardare, ci sono gabbiani che volano in tondo, ci dirigiamo lentamente verso quel punto e all'improvviso li vediamo: i delfini! Alcuni saltano fuori dall'acqua in lontananza, vediamo la spuma che si richiude sopra le loro pinne, altri si avvicinano e nuotano proprio accanto a noi. Vediamo i loro dorsi scuri scivolare appena sotto il pelo dell'acqua, mentre giocano con l'onda che nasce dalla prua della nostra barca. Sembra quasi che ci considerino come uno del loro branco, assieme al quale è naturale andare alla ricerca della colazione. Il momento è magico. Anche perché, pur sapendo che attorno ci sono altre barche di turisti come la nostra (infatti sentiamo che si segnalano l'un l'altra la posizione dei delfini via radio) non vediamo nessuno. In tutta la distesa azzurra tra cielo e mare fino all'orizzonte, o forse in tutto il mondo, in quel momento ci siamo solo noi e questi delfini.
Quando il primo gruppo si allontana, ci spostiamo un po', e subito altri tre delfini si avvicinano a salutare e a nuotare con noi. Provo a fotografarli, ma non è facile (come potete vedere nelle foto).
E poi arriva il momento. Il capitano richiama la nostra attenzione e con dolcezza ci dice: "Mi dispiace, ma è ora di tornare indietro". Dispiace a tutti, non ci eravamo resi conto del tempo che passava, e saremmo rimasti lì per sempre nella magia del momento. Ma è l'ora: riprendiamo la corsa forsennata, la gioia delle montagne russe sull'acqua, e poco a poco il nostro mondo torna a popolarsi. Superiamo le prime barche, pescatori, traghetti, turisti, e vediamo la costa che torna a delinearsi all'orizzonte. Poco dopo rimettiamo piede a terra, con un po' di tristezza per la fine dell'avventura. "Ci torniamo, Ale?" chiedo.

4 - Agli estremi confini del mondo
È venerdì, la vacanza sta per finire, ma prima c'è ancora una cosa che vogliamo fare: raggiungere Sagres, sulla punta estrema del Portogallo e dell'Europa.
Partiamo in mattinata, una corriera che striscia lungo la costa, arrampicandosi tra le colline per fermarsi in centri di poche case. Ci incuriosisce vedere il nostro autista costretto a fare manovra in una 'piazza grande' che è appena più lunga della corriera, o vederlo scendere per aiutare il collega a rimettere in moto un autobus ancora più piccolo, che non riusciamo a immaginare a quali strade sperdute sia destinato, e ci incuriosisce anche vedere gente che prenota la fermata in punti della strada che sembrano sperduti in mezzo al nulla, dove non c'è neanche un palo a indicare che i mezzi pubblici passano di lì. È una corriera di linea, e con noi ci sono donne di tutte le età che sono state a fare la spesa, turisti alla ricerca di una spiaggia isolata, un'umanità varia e curiosa.
(Girare il Portogallo in corriera è fattibile, ma non consigliabile. In auto sarebbe tutto più facile. Ad esempio, ci sono corriere di linea da Lagos a Sagres a tutte le ore, ma dal paese di Sagres al Cabo Sao Vicente, sull'altro lato della baia, ce ne sono solo due, che partono da Sagres alle 11 e alle 15 circa e ripartono dal capo dieci minuti dopo l'arrivo. L'alternativa è andare a piedi o con una bici a noleggio, ma ci viene subito sconsigliata dalla signora dell'ufficio informazioni, che peraltro non fa altro che darci una mappa e guardarci in cagnesco.)
A Sagres, passiamo accanto alla fortezza, seduta bianca e placida in fondo al promontorio, e passeggiamo un po' in paese, incuriositi dal terreno brullo su cui crescono strane piante, e ammirati davanti al blu dell'oceano, alla marina con le sue barche in costruzione come grandi balene arenate, all'atmosfera di pace. Poco dopo, di nuovo in corriera, attraversiamo i pochi chilometri che ci separano dal Cabo Sao Vicente, una lingua di terra tesa verso l'oceano, dove passa solo una stradicciola stretta fiancheggiata sui due lati dal dirupo.
E finalmente ci siamo, agli estremi confini del mondo. Qui l'orizzonte stesso è diverso, non è più quella linea netta che separa cielo e mare dalle nostre parti: qui l'acqua sembra arrampicarsi a lambire le sfere celesti, e il cielo sembra voglia tuffarsi nel mare, come se sopra e sotto non esistessero più ma fossero mescolati insieme. Il vento, forte e continuo, copre qualsiasi rumore, lasciando nelle orecchie un silenzio assoluto e sulla pelle una sensazione di freddo (così non ci si accorge del sole che picchia e brucia. Un consiglio: rifornitevi di TANTA crema solare!). Sul capo non c'è nulla, solo un vecchio faro chiuso, molti turisti incerti e qualche bancarella (tra cui una che recita "L'ultimo wurstel prima dell'America"). Ci avventuriamo tra le rocce, io timorosa, Ale curioso come un bambino, pronto a scendere fino a lambire l'acqua, a balzelloni o aggrappandosi alle rocce. Scopriamo che in effetti ci si può fare strada abbastanza facilmente, almeno per il primo tratto, e scendere quelle scogliere in apparenza a picco sul mare. È così che hanno fatto i pescatori che vediamo tranquilli a mezza costa. Noi non li imitiamo, ma è bello sapere che si potrebbe.
Nel pomeriggio torniamo a Sagres e visitiamo la fortezza costruita da Enrico il Navigatore a difesa delle navi portoghesi. Il vento batte il promontorio, il terreno al di là delle mura è brullo, scoglioso, punteggiato da forre che scendono in profondità e coperto da erbe inaridite che sono poco più che muschi. Persino i pochi alberi, qui, sembrano pali del telefono truccati per il carnevale... Non mi stupisce la storia che ci racconta una delle custodi che gentilmente si presta a farci da guida: per popolare questo posto maledetto, il re dovette liberare dei prigionieri, chiedendo loro di custodire la fortezza e difendere la marina portoghese in cambio della libertà. La nostra guida racconta con passione e davanti ai nostri occhi vediamo risorgere il villaggio originale, con la sua chiesa e le casupole degli ex galeotti, poco più in là la cisterna dell'acqua e il grande magazzino trasformato in ostello della gioventù e poi in spazio espositivo.
Continuiamo la nostra visita, facendo il giro delle fortificazioni e affacciandoci ancora sull'oceano. E prima di andar via penso: qui si è davvero ai confini del mondo, alla fine di quel mondo che conosciamo.

martedì 21 agosto 2007

Sull'oceano

Uno: colori
(da Venezia a Lagos)

4 agosto 2007, ore 10:10. Finalmente.

Finalmente, finalmente, finalmente si parte. Dopo anni di vacanze malate, saltate o del tutto inesistenti, dopo mesi di incertezza e di idee sfumate l'una dopo l'altra, dopo due giorni di preparativi frenetici, eccomi al decollo. L'oceano mi aspetta. Anzi, ci aspetta.

In verità, il viaggio è iniziato già da diverse ore, un treno nella notte, la corriera dalla stazione di Mestre, gente in lunghe file di confusione a formare una rete di aspettativa attenta e scattante in tutto l'aeroporto. Eppure è solo ora che questa vacanza mi sembra finalmente vera, concreta, e tangibile, ora che il ronzio di sottofondo mi schiaccia contro il sedile mentre l'aereo si infila nell'azzurro del cielo.

Quando guardo fuori dal finestrino, mi colpisce la purezza di questa prima mattinata. La laguna di Venezia vista dall'alto, sotto quel sole limpido, sembra avere i colori dei mari tropicali, profondità turchesi e trasparentissime al di sotto delle quali sembra quasi di intravvedere il bianco della sabbia fina. Alzando ogni tanto gli occhi dal mio libro (L'algoritmo del parcheggio di Furio Honsell, che non consiglio a -quasi- nessuno), ammiro i contorni del mio Paese che si stagliano netti fino in lontananza, prima la costa che da Venezia scende verso il delta del Po e oltre, più tardi in un unico colpo d'occhio l'ampia curva della Liguria che si prolunga verso il Tirreno e si perde nel blu della lontananza, fiancheggiata all'inizio da una linea di montagnole verdi.
A mezzogiorno, quando iniziamo l'atterraggio a Madrid, i colori sono cambiati. Qui, nel mezzo di questa tavola di pietra che è la penisola Iberica, prevalgono tinte che sanno di polvere: ocra, sabbia, terra bruciata, rosso mattone. Persino le piante, poche e stentate, che si vedono qua e là aggrappate alla roccia non si distinguono dal resto, con il loro verde reso grigiastro o addirittura bruno dall'afa. L'aria è più densa, più spessa, anche solo a guardarla dal finestrino. Nonostante io resti per tutto il tempo nell'atmosfera protetta (anzi, fredda: portatevi un maglione!) dell'aeroporto di Barajas, sento il sapore del caldo, ne sento la presenza tutto attorno.

Un'altra ora di viaggio e l'aereo scende verso Lisbona. Il cielo si fa improvvisamente bianco di umidità, sembra di essere immersi nel latte. Più in basso, però, ricomincio a vedere qualcosa. Poco prima di toccare terra scopro un immenso ponte che inizia dalla costa e si perde all'orizzonte. Ma come, mi chiedo, quello è l'Oceano Atlantico e loro vogliono attraversarlo con un ponte? (No, mi avrebbe spiegato più tardi Ale, il ponte attraversa il fiume Tago, ma lo fa sull'estuario, forse nel punto più ampio del fiume. È il ponte Vasco da Gama, che quando è stato inaugurato nel 1998 era il ponte più lungo d'Europa a oltre 17km. Però l'impressione di quel primo sguardo mi resta addosso, la fantasia impossibile di attraversare l'Oceano su un ponte).
Un altro tuffo nella confusione degli aeroporti di agosto e sono fuori. Lisbona mi accoglie di nuovo con i suoi odori straordinari. Sì, perché come la prima volta che ci sono stata, per me questa resta una città da conoscere con il naso, con la sua gamma di sentori sconosciuti che ti assalgono, ti coccolano o ti fanno voltare all'improvviso.

(Pausa. Voltate per un attimo gli occhi dall'altra parte. Incontro. Gioia. Fine della pausa, riprendo il mio racconto).

Un autobus (il 91, o AeroBus) e qualche minuto di cammino più tardi arriviamo al nostro alloggio per quella notte. Abbiamo scelto il Residencial Italia perché era uno dei pochi ad avere ancora stanze libere, ma la scelta si rivela fortunata: la ragazza alla reception è gentile e disponibile, la camera è perfetta e pulita, e la colazione la mattina dopo si rivelerà squisita e abbondante. Appena il tempo di sistemarci ed è già ora di uscire di nuovo: i nostri amici, italiani trapiantati, ci aspettano per cena.

Li incontriamo in Praça do Comércio (dall'hotel si scende in metropolitana, la linea gialla fino a Marqués de Pombal e poi la blu fino a Baixa-Chiado, da lì sono pochi passi). Scendiamo lungo l'acciottolato delle strade dove i tram si inerpicano incrociandosi, e all'improvviso la piazza si apre davanti a noi con i suoi palazzi bianchi e il fondo... il mare? No, è ancora il Tago, il fiume che si intrufola ovunque in questa capitale, nonostante Lisbona si affacci sull'oceano.
Dicono che questa piazza sia l'originale da cui Trieste ha copiato la sua Piazza Unità d'Italia, eppure io non ci vedo la stessa maestosità. Sarà per il continuo sfrecciare di rosso e di giallo, le vetture del tram affacendate col loro carico umano, sarà per quell'enorme palco che spuntava nel mezzo come un bubbone sulla fronte di un malato, attorno al quale la gente cominciava a raccogliersi per il concerto della serata... O forse ero solo io, rapita da quella striscia turchese, che distinguevo benissimo nonostante avanzasse il viola della sera, sempre più scuro e deciso.

Andiamo a cena nel Bairro. Per fortuna mi avevano avvertita, e infatti accade: gente che si avvicina ad offrire stupefacenti con la stessa tranquillità con cui gli ambulanti, sulle nostre spiagge, lanciano il loro richiamo per vendere il cocco. Ma non è un posto pericoloso, mi tranquillizzano di nuovo, solo vivace, ecco. (Vabbè, mi fido, però...).
Più difficile è trovare il posto. Nonostante l'aiuto del navigatore satellitare, o forse, chissà, proprio per quello, ci ritroviamo ad andare su e giù per le stradine strette del Bairro, che sembrano tutte uguali, piene di ristoranti, locali, turisti, portoghesi che si riconoscono perché sono strani. Tra l'altro vediamo un signore intento a gettare secchiate d'acqua su un telo per automobile, ma quando quello stesso telo inizia a diventare un punto di riferimento nel nostro vagabondaggio, allora iniziamo a preoccuparci, decidiamo di lasciar perdere la ricerca del locale super-consigliato e ci lasciamo convincere da un ristorante che sembra abbastanza tipico e abbordabile, la Cocheira Alentejana.
Il risultato non è male: formaggio locale, maiale all'Alentejana (con le vongole!), carne al Madeira, e le solite, enormi porzioni portoghesi, di quelle che riesci a mangiare solo a metà, il tutto in un ambiente confortevole, arredato con gli attrezzi e i colori della campagna. Anche il personale, nel cuore di Lisbona, conservava un tocco tutto paesano nell'ottima accoglienza.

La mattina dopo ci avventuriamo per le strade di Lisbona alla ricerca di una messa, solo per scoprire che i portoghesi sono sempre molto disponibili a dare una mano... ma un po' meno bravi a dare indicazioni! Perdiamo così buona parte della mattinata, finché riusciamo a trovare la chiesetta che ci avevano voluto indicare, Sao Sebastiao, così tipicamente portoghese con i suoi muri candidi e le pareti interne ricoperte di azulejos (piastrelle decorate). Ed è solo nel primo pomeriggio che riusciamo a raggiungere la stazione degli autobus a Sete Rios, caricare i nostri bagagli in corriera e partire per il lungo viaggio fino a Lagos. (viaggiare in treno in Portogallo non è facile, al di fuori di poche tratte. La cosa migliore è avere un'auto, ma noi ce la siamo cavata bene anche con le corriere, usando la rete nazionale di Rede Expressos e le varie reti locali).

La corriera è piena e la gente litiga per i posti nonostante siano assegnati, ma non mi importa. La corriera avanza lentamente nel paesaggio secco, ma non ci faccio caso. Mi accoccolo nel mio posticino accanto ad Ale, acciambellata come un miciolo, e mi preparo a passare le quattro ore di viaggio scoprendo il paesaggio portoghese. Superiamo il ponte 25 aprile, e subito l'autostrada si tuffa nella campagna scura di polvere, tutta bruno e giallo pagliericcio, con qualche tocco stentato di verdone. Qua e la fanno capolino i generatori di energia eolica, nascosti dietro le curve di una collina. Mimetizzate sul terreno pascolano mandrie di bovini color terra bruciata, e spesso le notiamo solo per le macchie bianche che le accompagnano: strani uccelli simili a oche, uno accanto ad ogni capo della mandria, un fenomeno che non siamo riusciti a comprendere.
I nostri compagni di viaggio iniziano a farsi insofferenti e a cercare tracce dell'oceano all'orizzonte. Lasciamo l'autostrada e la corriera inizia un percorso tortuoso e una serie di fermate: Lagoa, Portimao... Passiamo accanto a un parco acquatico con i suoi scivoli, poi vediamo uno stadio, con le panchine sugli spalti che formano la scritta 'Lagos' in bianco su sfondo blu. Accanto lampeggiano le decorazioni di un luna park. Più avanti costeggiamo la marina, con le sue barche di tutte le dimensioni e di tutti i colori. L'acqua ha già il colore del mare. Pochi minuti dopo la corriera si ferma, siamo arrivati.
Sono le sei di domenica sera, e Lagos ci accoglie con un cielo turchese e una temperatura ideale. Quando usciamo dalla stazione non abbiamo ancora visto l'oceano.

Ma finalmente, finalmente, finalmente è vacanza.