(da Venezia a Lagos)
4 agosto 2007, ore 10:10. Finalmente.
Finalmente, finalmente, finalmente si parte. Dopo anni di vacanze malate, saltate o del tutto inesistenti, dopo mesi di incertezza e di idee sfumate l'una dopo l'altra, dopo due giorni di preparativi frenetici, eccomi al decollo. L'oceano mi aspetta. Anzi, ci aspetta.
In verità, il viaggio è iniziato già da diverse ore, un treno nella notte, la corriera dalla stazione di Mestre, gente in lunghe file di confusione a formare una rete di aspettativa attenta e scattante in tutto l'aeroporto. Eppure è solo ora che questa vacanza mi sembra finalmente vera, concreta, e tangibile, ora che il ronzio di sottofondo mi schiaccia contro il sedile mentre l'aereo si infila nell'azzurro del cielo.
Quando guardo fuori dal finestrino, mi colpisce la purezza di questa prima mattinata. La laguna di Venezia vista dall'alto, sotto quel sole limpido, sembra avere i colori dei mari tropicali, profondità turchesi e trasparentissime al di sotto delle quali sembra quasi di intravvedere il bianco della sabbia fina. Alzando ogni tanto gli occhi dal mio libro (L'algoritmo del parcheggio di Furio Honsell, che non consiglio a -quasi- nessuno), ammiro i contorni del mio Paese che si stagliano netti fino in lontananza, prima la costa che da Venezia scende verso il delta del Po e oltre, più tardi in un unico colpo d'occhio l'ampia curva della Liguria che si prolunga verso il Tirreno e si perde nel blu della lontananza, fiancheggiata all'inizio da una linea di montagnole verdi.
A mezzogiorno, quando iniziamo l'atterraggio a Madrid, i colori sono cambiati. Qui, nel mezzo di questa tavola di pietra che è la penisola Iberica, prevalgono tinte che sanno di polvere: ocra, sabbia, terra bruciata, rosso mattone. Persino le piante, poche e stentate, che si vedono qua e là aggrappate alla roccia non si distinguono dal resto, con il loro verde reso grigiastro o addirittura bruno dall'afa. L'aria è più densa, più spessa, anche solo a guardarla dal finestrino. Nonostante io resti per tutto il tempo nell'atmosfera protetta (anzi, fredda: portatevi un maglione!) dell'aeroporto di Barajas, sento il sapore del caldo, ne sento la presenza tutto attorno.
Un'altra ora di viaggio e l'aereo scende verso Lisbona. Il cielo si fa improvvisamente bianco di umidità, sembra di essere immersi nel latte. Più in basso, però, ricomincio a vedere qualcosa. Poco prima di toccare terra scopro un immenso ponte che inizia dalla costa e si perde all'orizzonte. Ma come, mi chiedo, quello è l'Oceano Atlantico e loro vogliono attraversarlo con un ponte? (No, mi avrebbe spiegato più tardi Ale, il ponte attraversa il fiume Tago, ma lo fa sull'estuario, forse nel punto più ampio del fiume. È il ponte Vasco da Gama, che quando è stato inaugurato nel 1998 era il ponte più lungo d'Europa a oltre 17km. Però l'impressione di quel primo sguardo mi resta addosso, la fantasia impossibile di attraversare l'Oceano su un ponte).
Un altro tuffo nella confusione degli aeroporti di agosto e sono fuori. Lisbona mi accoglie di nuovo con i suoi odori straordinari. Sì, perché come la prima volta che ci sono stata, per me questa resta una città da conoscere con il naso, con la sua gamma di sentori sconosciuti che ti assalgono, ti coccolano o ti fanno voltare all'improvviso.
(Pausa. Voltate per un attimo gli occhi dall'altra parte. Incontro. Gioia. Fine della pausa, riprendo il mio racconto).
Un autobus (il 91, o AeroBus) e qualche minuto di cammino più tardi arriviamo al nostro alloggio per quella notte. Abbiamo scelto il Residencial Italia perché era uno dei pochi ad avere ancora stanze libere, ma la scelta si rivela fortunata: la ragazza alla reception è gentile e disponibile, la camera è perfetta e pulita, e la colazione la mattina dopo si rivelerà squisita e abbondante. Appena il tempo di sistemarci ed è già ora di uscire di nuovo: i nostri amici, italiani trapiantati, ci aspettano per cena.
Li incontriamo in Praça do Comércio (dall'hotel si scende in metropolitana, la linea gialla fino a Marqués de Pombal e poi la blu fino a Baixa-Chiado, da lì sono pochi passi). Scendiamo lungo l'acciottolato delle strade dove i tram si inerpicano incrociandosi, e all'improvviso la piazza si apre davanti a noi con i suoi palazzi bianchi e il fondo... il mare? No, è ancora il Tago, il fiume che si intrufola ovunque in questa capitale, nonostante Lisbona si affacci sull'oceano.Dicono che questa piazza sia l'originale da cui Trieste ha copiato la sua Piazza Unità d'Italia, eppure io non ci vedo la stessa maestosità. Sarà per il continuo sfrecciare di rosso e di giallo, le vetture del tram affacendate col loro carico umano, sarà per quell'enorme palco che spuntava nel mezzo come un bubbone sulla fronte di un malato, attorno al quale la gente cominciava a raccogliersi per il concerto della serata... O forse ero solo io, rapita da quella striscia turchese, che distinguevo benissimo nonostante avanzasse il viola della sera, sempre più scuro e deciso.
Andiamo a cena nel Bairro. Per fortuna mi avevano avvertita, e infatti accade: gente che si avvicina ad offrire stupefacenti con la stessa tranquillità con cui gli ambulanti, sulle nostre spiagge, lanciano il loro richiamo per vendere il cocco. Ma non è un posto pericoloso, mi tranquillizzano di nuovo, solo vivace, ecco. (Vabbè, mi fido, però...).
Più difficile è trovare il posto. Nonostante l'aiuto del navigatore satellitare, o forse, chissà, proprio per quello, ci ritroviamo ad andare su e giù per le stradine strette del Bairro, che sembrano tutte uguali, piene di ristoranti, locali, turisti, portoghesi che si riconoscono perché sono strani. Tra l'altro vediamo un signore intento a gettare secchiate d'acqua su un telo per automobile, ma quando quello stesso telo inizia a diventare un punto di riferimento nel nostro vagabondaggio, allora iniziamo a preoccuparci, decidiamo di lasciar perdere la ricerca del locale super-consigliato e ci lasciamo convincere da un ristorante che sembra abbastanza tipico e abbordabile, la Cocheira Alentejana.
Il risultato non è male: formaggio locale, maiale all'Alentejana (con le vongole!), carne al Madeira, e le solite, enormi porzioni portoghesi, di quelle che riesci a mangiare solo a metà, il tutto in un ambiente confortevole, arredato con gli attrezzi e i colori della campagna. Anche il personale, nel cuore di Lisbona, conservava un tocco tutto paesano nell'ottima accoglienza.
La mattina dopo ci avventuriamo per le strade di Lisbona alla ricerca di una messa, solo per scoprire che i portoghesi sono sempre molto disponibili a dare una mano... ma un po' meno bravi a dare indicazioni! Perdiamo così buona parte della mattinata, finché riusciamo a trovare la chiesetta che ci avevano voluto indicare, Sao Sebastiao, così tipicamente portoghese con i suoi muri candidi e le pareti interne ricoperte di azulejos (piastrelle decorate). Ed è solo nel primo pomeriggio che riusciamo a raggiungere la stazione degli autobus a Sete Rios, caricare i nostri bagagli in corriera e partire per il lungo viaggio fino a Lagos. (viaggiare in treno in Portogallo non è facile, al di fuori di poche tratte. La cosa migliore è avere un'auto, ma noi ce la siamo cavata bene anche con le corriere, usando la rete nazionale di Rede Expressos e le varie reti locali).
La corriera è piena e la gente litiga per i posti nonostante siano assegnati, ma non mi importa. La corriera avanza lentamente nel paesaggio secco, ma non ci faccio caso. Mi accoccolo nel mio posticino accanto ad Ale, acciambellata come un miciolo, e mi preparo a passare le quattro ore di viaggio scoprendo il paesaggio portoghese. Superiamo il ponte 25 aprile, e subito l'autostrada si tuffa nella campagna scura di polvere, tutta bruno e giallo pagliericcio, con qualche tocco stentato di verdone. Qua e la fanno capolino i generatori di energia eolica, nascosti dietro le curve di una collina. Mimetizzate sul terreno pascolano mandrie di bovini color terra bruciata, e spesso le notiamo solo per le macchie bianche che le accompagnano: strani uccelli simili a oche, uno accanto ad ogni capo della mandria, un fenomeno che non siamo riusciti a comprendere.
I nostri compagni di viaggio iniziano a farsi insofferenti e a cercare tracce dell'oceano all'orizzonte. Lasciamo l'autostrada e la corriera inizia un percorso tortuoso e una serie di fermate: Lagoa, Portimao... Passiamo accanto a un parco acquatico con i suoi scivoli, poi vediamo uno stadio, con le panchine sugli spalti che formano la scritta 'Lagos' in bianco su sfondo blu. Accanto lampeggiano le decorazioni di un luna park. Più avanti costeggiamo la marina, con le sue barche di tutte le dimensioni e di tutti i colori. L'acqua ha già il colore del mare. Pochi minuti dopo la corriera si ferma, siamo arrivati.Sono le sei di domenica sera, e Lagos ci accoglie con un cielo turchese e una temperatura ideale. Quando usciamo dalla stazione non abbiamo ancora visto l'oceano.
Ma finalmente, finalmente, finalmente è vacanza.
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